L'adolescenza

Cosa vuol dire sentire “che manca qualcosa al cuore”? E’ questo che chiede l’insegnante ai suoi studenti durante la lettura del romanzo di Pierre De Marivaux “La vita di Marianne”. Ed è a questa domanda che il regista Abdellatif Kechiche cercherà di rispondere attraverso il suo film, “La vita di Adele”, vincitore della Palma D’Oro all’ultimo festival di Cannes.

Come Marianne di Marivaux, anche Adele (Adèle Exarchopoulos) “vagava con un cuore a cui mancava qualcosa e non sapeva cosa” e la scoperta di quel ‘qualcosa’ è per lei un’esperienza dirompente come un incontro inaspettato, una vertigine: un colpo di fulmine che ha il colore blu dei capelli di Emma (Léa Seydoux). L’amore negli adolescenti del resto è così: esaltante e violento, un passaggio ineluttabile che non ammette ritorni, un rito di iniziazione che ha in sé qualcosa di tragico perché li strappa con forza dall’età dell’innocenza, da quella beatitudine fatta di affetti familiari sicuri e sempre identici.

L’Amore in sè

Ne “La vita di Adele” Kechiche filma l’amore proprio nel momento in cui nasce con tutta la sua potenza, la sua carnalità, la sua fantasia, la sua libertà, la sua strafottenza. Un amore fatto di prime volte, come tutti gli amori degli adolescenti: con i primi incontri, i primi baci, le prime lacrime, le prime delusioni, le prime incontrollabili pulsioni, le prime gelosie. Kechiche filma dunque l’amore, anche lui per la prima volta, e realizza un film sulla vita stessa perché in fondo il cinema, come diceva Godard, “è l’unica vera arte in grado veramente di filmare la realtà”.

E questa vita palpitante che Kechiche vuole catturare con la macchina da presa sta tutta sul volto di Adele, mentre dorme, si sveglia, mangia, bacia, piange, si dispera e fa l’amore con una passione e una voracità forse mai viste sullo schermo. E poco importa se quell’amore sia verso uomo o una donna. Nonostante la coincidenza di un film realizzato in una Francia che da lì a poco avrebbe reso legali i matrimoni gay, a Kechiche non interessa il particolare, non vuole dirigere un film sull’amore omosessuale, ma sull’amore in sé per raccontare sentimenti, passioni e desideri universali, tra cui anche la ricerca della propria identità sessuale, un’esplorazione che tutti, eterosessuali e non, intraprendono.

Kechiche e Truffaut

Kechiche racconta la storia di Adele dal momento in cui esce di casa per andare al liceo, seguendola inizialmente con una tecnica che rasenta quella del ‘pedinamento’, ma poi l’accompagna verso l’età adulta soffermandosi costantemente sul suo volto, stagione dopo stagione.
Un viso che incornicia come fosse un pittore di fronte a un paesaggio umano e che sembra dilatare il tempo della visione ogni volta che viene fissato in lunghi e intensi primi piani. Da questo punto di vista, “La Vita D’Adele” sembra debitrice della lezione dei registi della Nouvelle Vague e dei loro maestri ossessionati dai volti. Basti pensare alla sensualità che sprigiona dai primi piani di Harriet Andersson in “Monica e il desiderio” di Ingmar Bergman, o allo sguardo in macchina di Jean Seberg in “Fino all’ultimo respiro” di Jean-Luc Godard, o ancora a quello del giovane Antoine Doinel nelle ultime inquadrature dei “Quattrocenti colpi” di Francois Truffaut.

Ed è proprio Truffaut il maestro che sembra forse più prossimo a Kechiche. Non solo perché come Truffaut presenta il suo film in capitoli, “La Vita di Adele 1&2”, rievocando così nel titolo la saga del suo celebre personaggio Doinel, ma anche perché il cinema di Truffaut è modello di leggerezza, di capacità di racconto, di gusto semplice per l’osservazione della realtà. E “La Vita di Adele” è un film semplice perché è autenticamente immerso nella vita, nonostante il lirismo della rappresentazione, l’estetica curatissima della composizione dei corpi nelle scene di nudo e una certa “morale” della visione che rappresenta il punto di vista del regista.

Il blu è il colore più caldo

Non è un caso che Picasso sia l’unico pittore che Adele confessa di conoscere. In questo gioco di riferimenti pittorici Kechiche sembra strizzare l’occhio anche a un altro grande maestro della Nouvelle Vague: l’Eric Rohmer di “Pauline alla spiaggia” che, nel raccontare la storia di un’adolescente nel suo passaggio all’età adulta, rendeva omaggio alla pittura di Matisse, rievocando la composizione del suo quadro “La camicetta romena”.

Ma se la stanza di Pauline e gli ambienti del film di Rohmer sono prevalentemente bianchi, “La Vita di Adele” è contrassegnato dalla predominanza dei blu: il blu delle pareti, dei vestiti, delle coperte, delle luci del locale gay, delle unghie, degli anelli e soprattutto dei capelli di Emma. Un blu che rimanda naturalmente all’ispirazione originale di Kechiche, la graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, ma che rievoca anche tante altre suggestioni, dal cinema (con il “Film Blu” di Kieślowski, dove il blu era la libertà dei sentimenti) alla pittura (con il trattato sui colori lo “Spirituale nell'arte” di Kandinski, dove il blu è la profondità e il cerchio perfetto) fino ai Chakra, secondo cui il blu è invece la sessualità sacra. Finché colorerà i suoi capelli di blu Emma incarnerà la libertà, la profondità e la sessualità, poi quando sarà lontano da Adele quel blu finirà sulla sua tela, ad evocare il sogno di un amore perduto, e i suoi capelli torneranno biondi.

Adele invece tornerà a camminare per le strade inquadrata mentre si allontana, esattamente come l’avevamo trovata. Con indosso un abito blu. Come a dire che al suo cuore, di nuovo, “manca qualcosa”.

sguardo 5

UN FILM DI
ABDELLATIF KECHICHE

con
LEA SEYDOUX
ADELE EXARCHOPOULOS



Adele non ha dubbi: le ragazze stanno coi ragazzi. La sua visione del mondo però inizia a vacillare il giorno in cui incontra Emma, una giovane donna dai capelli blu, che le farà scoprire il desiderio e le permetterà di realizzarsi come donna e come adulta.

Sotto lo sguardo di chi la circonda, Adele cresce, cerca se stessa, si perde,
si trova di nuovo...
SGUARDO #1
L'adolescenza
SGUARDO #2
L’Amore in sè
SGUARDO #3
Kechiche e Truffaut
SGUARDO #4
Il blu è il colore più caldo

· CAST ARTISTICO ·

EMMA | LÉA SEYDOUX
ADÈLE | ADÈLE EXARCHOPOULOS
SAMIR | SALIM KECHIOUCHE
LISE | MONA WALRAVENS
THOMAS | JÉRÉMIE LAHEURTE
BÉATRICE | ALMA JODOROWSKI
PADRE DI ADÈLE | AURÉLIEN RECOING
MADRE DI ADÈLE | FANNY MAURIN
ANTOINE | BENJAMIN SIKSOU
VALENTIN | SANDOR FUNTEK



· CAST TECNICO ·

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